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Quando la scienza incontra l’ignoto: il confine sottile tra vita e coscienza

Di Sara Giombolini

Esistono alcune esperienze che sfidano le categorie interpretative tradizionali, collocandosi in un’area di confine in cui la medicina si confronta con ciò che la scienza non riesce ancora a spiegare. Le esperienze di premorte, note come Near Death Experience (NDE), appartengono a questo territorio fragile e affascinante, spesso taciuto, talvolta liquidato come suggestione, ma sempre più difficile da ignorare. A riportarle al centro del dibattito scientifico è stato il convegno nazionale tenutosi a Roma, nella cornice simbolica della Città del Vaticano, che ha riunito medici, fisici, studiosi e giornalisti per affrontare un tema ancora poco esplorato in Italia: cosa accade alla coscienza quando il corpo è clinicamente al limite della vita? A raccontarlo è il dottor Francesco Sepioni, medico di emergenza-urgenza presso l’USL Umbria 1, che da anni si confronta con il confine più estremo della medicina: quello tra la vita e la morte. «Le NDE non sono eventi rari – spiega – ma profondamente misconosciuti. E spesso chi le vive ha paura di parlarne».

Le testimonianze raccolte descrivono una fenomenologia ricorrente: il distacco dal corpo, la percezione di osservare dall’alto la scena della rianimazione, la capacità di riferire dettagli che, secondo le attuali conoscenze neuroscientifiche, non dovrebbero essere accessibili a un soggetto incosciente. È proprio qui che si apre la frattura: come può una coscienza “spenta” vedere, sentire, ricordare?

La letteratura internazionale comincia a fornire numeri che non possono più essere ignorati. Il progetto AWARE, coordinato dal ricercatore americano Sam Parnia, ha documentato come circa il 18% dei pazienti sottoposti a rianimazione cardiopolmonare riporti questo tipo di esperienze. Numeri che suggeriscono che ciò che finora è stato relegato al margine potrebbe rappresentare solo la punta di un iceberg molto più vasto.Eppure, il problema non è solo scientifico. È anche profondamente umano. Molti pazienti, tornati alla vita, si trovano soli con un racconto che nessuno sembra voler ascoltare. Non di rado vengono “medicalizzati”, trattati come soggetti ansiosi o depressi, perché ciò che hanno vissuto non trova spazio nelle categorie diagnostiche tradizionali. «Questo oggi non è più accettabile – sottolinea Sepioni –. Il sanitario deve conoscere il fenomeno per non trasformare un’esperienza profonda in una ferita silenziosa». Il convegno romano ha segnato un momento di svolta, portando il tema delle esperienze di premorte all’attenzione delle istituzioni e aprendo la strada a una formazione dei sanitari più consapevole e attenta alla complessità dell’esperienza umana. È proprio da questo percorso di ascolto e di ricerca che nasce il libro “Al confine con l’Aldilà”, in cui Sepioni riesce a tenere insieme il rigore del medico e la vulnerabilità dell’uomo. Non un trattato teorico, ma un racconto che attraversa storie, voci ed esperienze di chi ha guardato la morte da vicino ed è tornato con uno sguardo diverso sul mondo. Perché, come emerge con forza dalle testimonianze raccolte, le esperienze di premorte non sono mai neutre: lasciano un segno profondo, modificano il rapporto con il tempo, con la vita quotidiana e, soprattutto, con gli altri. Forse la vera sfida non è stabilire se queste esperienze “esistano” o meno, ma accettare che la coscienza possa essere più complessa di quanto oggi sappiamo misurare. E che la medicina, per continuare a essere davvero cura, debba avere il coraggio di ascoltare anche ciò che ancora non sa spiegare.

Perché è proprio lì, nel punto esatto in cui le certezze vacillano, che può nascere una nuova conoscenza.

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