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Intelligenza artificiale in medicina: come torneremo a essere curati

Di Sara Giombolini

Mentre il medico compila la cartella elettronica, il paziente aspetta. Aspetta di essere guardato negli occhi, ascoltato, curato. È in questo scarto quotidiano tra burocrazia sanitaria e relazione terapeutica che l’intelligenza artificiale potrebbe fare la differenza: non sostituendo il medico, ma restituendogli il tempo per essere davvero tale.

Una domanda attraversa oggi la medicina contemporanea: innovazione, intelligenza artificiale e digitalizzazione miglioreranno davvero il modo in cui ci prendiamo cura delle persone? Per provare a rispondere abbiamo incontrato Mauro Zampolini, neurologo, direttore del Dipartimento di Riabilitazione dell’USL Umbria 2 e presidente europeo della specialistica di Medicina Fisica e Riabilitativa (UEMS-PRM), e Massimiliano Pioli, esperto e docente nel campo dell’intelligenza artificiale.

Il primo equivoco da chiarire riguarda la natura stessa dell’AI. «L’intelligenza artificiale non è un’entità pensante», spiega Pioli. «È un sistema statistico avanzato, capace di analizzare enormi quantità di dati in tempi irraggiungibili per l’essere umano». Nessuna coscienza, nessuna intuizione clinica: solo algoritmi che individuano pattern, correlazioni e probabilità. Eppure è proprio questa capacità di calcolo a renderla potenzialmente rivoluzionaria in sanità, non perché “sappia” più del medico, ma perché può accedere istantaneamente a una mole di conoscenze che nessuna singola mente umana potrebbe consultare in tempi così brevi.

Il paradosso, solo apparente, è che una tecnologia così sofisticata possa rendere la medicina più umana. «Oggi il medico è costretto a frammentare la relazione con il paziente», osserva Zampolini. «Da un lato l’ascolto clinico, dall’altro le incombenze burocratiche: cartelle, codifiche, documentazione». Tempo sottratto alla cura. Sistemi di intelligenza artificiale già disponibili sono in grado di registrare il colloquio medico-paziente, trascriverlo e riorganizzarlo automaticamente in un report clinico strutturato. Il risultato non è solo maggiore efficienza, ma una restituzione concreta di attenzione, contatto visivo e qualità della relazione.

Il valore dell’AI emerge in modo particolare nei casi complessi o rari. In questi contesti può agire come un “secondo parere” sempre disponibile, offrendo una base di conoscenza ampia e costantemente aggiornata sulla quale il medico esercita il proprio giudizio critico, che resta insostituibile. Studi internazionali mostrano che, di fronte a scenari clinici ad alta complessità, i sistemi di intelligenza artificiale raggiungono livelli di accuratezza superiori alla media delle risposte dei singoli specialisti. Non per una superiore intelligenza, ma per la capacità di attingere simultaneamente a una letteratura scientifica sterminata. Secondo Zampolini, è nel campo neurologico e riabilitativo che le prospettive appaiono più concrete. L’analisi avanzata dei dati consente di stimare tempi e capacità di recupero funzionale, permettendo una personalizzazione reale dei percorsi riabilitativi: non più protocolli standardizzati, ma programmi costruiti sul singolo paziente, sulla sua storia clinica e sulle sue risorse.

Un ambito in cui l’individualità del percorso è centrale e dove gli algoritmi possono affinare previsioni e strategie nel tempo. Accanto alle opportunità, restano però criticità da non sottovalutare. Pioli richiama l’attenzione sul fenomeno delle cosiddette “allucinazioni”: risposte generate dall’AI che appaiono plausibili ma sono prive di fondamento reale. In medicina, dove un errore può avere conseguenze gravi, questo rappresenta un rischio concreto.

Ancora più delicato è l’utilizzo nella salute mentale: sistemi eccessivamente “empatici” possono involontariamente rinforzare stati depressivi o deliranti, motivo per cui le versioni più recenti stanno intenzionalmente riducendo questo tipo di interazione. Il futuro, concordano i due esperti, non può limitarsi ad aggiungere l’intelligenza artificiale ai modelli esistenti. Serve una riprogettazione profonda dei percorsi clinici, delle cartelle sanitarie e della formazione universitaria. L’obiettivo è chiaro: affidare all’AI le attività ripetitive e burocratiche, lasciando al medico il ruolo che gli compete — pensatore critico, decisore responsabile, garante della relazione di cura.«La vera sfida non è tecnologica, ma culturale», sottolinea Zampolini. «L’intelligenza artificiale non crea competenze, le amplifica. Senza solide basi scientifiche e cliniche, rischia di diventare una scorciatoia pericolosa». La domanda, allora, non è se l’intelligenza artificiale entrerà nella pratica medica: ci è già entrata. La vera sfida è come integrarla. Se sapremo usarla per liberare tempo invece che per riempirlo di nuove incombenze. Se ricorderemo che curare, prima ancora che diagnosticare e prescrivere, significa essere presenti. Perché la medicina del futuro non dovrà scegliere tra tecnologia e umanità, ma imparare a farle dialogare

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