Di Sara Giombolini
«Posso smettere quando voglio». È la frase che chi lavora nei servizi per le dipendenze sente ripetere più spesso. Eppure, dietro quella convinzione si nasconde una delle fragilità più insidiose: il gioco d’azzardo patologico. Non fa rumore, non lascia segni visibili, ma logora famiglie, relazioni, conti correnti e, a volte, la fiducia in sé stessi. A ricordarlo, nel corso di un incontro ospitato lo scorso 13 ottobre a Villa Umbra, è stato il dottor Benedetti, direttore di Federsanità ANCI Umbria, che ha tracciato un quadro lucido e allarmante del fenomeno. «Nel 2024 il giro d’affari del gioco lecito ha raggiunto i 167 miliardi di euro, di cui circa il 70% è tornato in premi ai vincitori» spiega. Ma la matematica, questa volta, non consola: in Umbria ogni cittadino spende in media 1.450 euro all’anno. Questi numeri parlano di un problema economico, ma soprattutto sociale. «Il giocatore patologico non si riconosce come tale – sottolinea Benedetti –. Il famoso “smetto quando voglio” è un autoinganno che apre la porta ad altre dipendenze: alcol, isolamento, difficoltà familiari e sociali». La pandemia ha davvero cambiato le carte in tavola, ridefinendo anche il modo di giocare. «Durante il Covid le persone isolate si sono rifugiate nel gioco online: è quella che chiamiamo la sindrome del guardiano del faro, tipica di chi resta solo e cerca un diversivo, spesso tra gli anziani o tra coloro che hanno perso il lavoro». Se prima il 70% del gioco avveniva in presenza, oggi l’80% si è spostato sul web, tra piattaforme che offrono bonus, partite gratuite e accesso immediato. «Il problema è che non c’è tracciabilità – spiega – e la punta dell’iceberg è diventata “la punta della punta dell’iceberg”. Sotto la superficie c’è un sommerso enorme che sfugge ai controlli». Anziani, giovani e donne sono infatti i soggetti più esposti: gli over 65 vivono spesso soli, i giovani accedono facilmente alle piattaforme digitali e, in alcune zone come la Valnerina, dopo terremoto e pandemia, anche le donne sono diventate più vulnerabili. Il gioco è passato dalla carta allo schermo, conservando però la stessa illusione di speranza». Per rispondere a questo fenomeno, l’Umbria ha costruito una rete capillare di prevenzione e cura. Il piano regionale contro la ludopatia mette al centro il nucleo familiare: chi chiede aiuto non è quasi mai il giocatore, ma un parente, un amico, un insegnante. Il percorso si articola in due fasi – sociale e sanitaria – e coinvolge una squadra multidisciplinare composta da psichiatra, psicologo, assistente sociale e consulenti legali e finanziari. «Non si tratta solo di curare la dipendenza – precisa Benedetti – ma anche di aiutare chi si è indebitato o rischia di perdere tutto. Perché il gioco toglie la serenità, anche economica». La prevenzione parte dalle scuole e dallo sport, con incontri e laboratori che insegnano ai ragazzi a riconoscere i meccanismi dell’azzardo. In alcune zone si è arrivati a organizzare veri e propri processi al gioco d’azzardo, dove attori, avvocati e testimoni raccontano la matematica della sconfitta: quella del “non si vince mai”. Altre iniziative, come mostre interattive e chat tra pari nei centri giovani, rendono i ragazzi protagonisti, perché «un messaggio tra coetanei arriva più diretto di qualsiasi lezione frontale». Anche gli esercenti giocano un ruolo cruciale. Il marchio “No Slot”, promosso dalla Regione e dai Comuni, premia i bar e i locali che decidono di rimuovere le macchinette, sostituendole con spazi di socialità positiva. «In alcuni territori abbiamo consegnato decine di marchi – racconta Benedetti – e molti locali hanno riscoperto il ping pong o il calcio balilla. È una scelta coraggiosa e intelligente, che non tutela un cliente bensì una persona fragile». Sul fronte dell’assistenza, la Regione ha attivato un numero verde regionale, operativo ogni giorno, e punti d’ascolto diffusi anche nei piccoli comuni, spesso collocati in luoghi neutri per garantire anonimato e riservatezza. «Chi chiama viene accompagnato in modo discreto, passo dopo passo, verso un percorso di recupero». «Non bisogna vergognarsi – rassicura il dottor Benedetti –. Nessuno è immune dai momenti di debolezza. Gli spazi per chiedere aiuto ci sono, sono anonimi e accoglienti. Parlarne è già una forma di guarigione. Perché il vero gioco, quello che vale la pena di vincere, è tornare a vivere con libertà.
intervistato: Daniele Benedetti Direttore Federsanità Anci Umbria
NUMERO VERDE PER GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO 800.410.902 del Servizio Sanitario Regionale USL Umbria1 dal lunedì al venerdì ore 10.00-12.00 e 16.00-19.00

