di Sara Giombolini
Nel cuore delle dinamiche familiari più complesse, laddove il dolore di una separazione rischia di compromettere non solo i rapporti tra i coniugi ma anche la stabilità emotiva dei figli, la mediazione familiare rappresenta uno strumento essenziale, spesso poco conosciuto, ma capace di fare davvero la differenza. Lo abbiamo scoperto grazie alla testimonianza della dottoressa Marra, counselor e mediatrice familiare esperta, che gestisce tali dinamiche all’interno della stanza della mediazione: un luogo intimo che accoglie famiglie e genitori in fase di separazione e trasformazione, dove ogni parola viene ascoltata e ogni emozione accolta. Il momento più indicato per intraprendere un percorso di mediazione – spiega Marra – non è, come spesso accade, su indicazione del giudice, ma prima ancora, quando ci si rende conto che qualcosa nella relazione sta cambiando. È proprio in quella fase che il dolore è più vivo e meno elaborato e in cui si corre il rischio di prendere decisioni importanti sotto l’influenza della rabbia o della sofferenza. Durante la separazione, spiega la dottoressa, vi è spesso uno squilibrio tra chi prende la decisione e chi la subisce. La mediazione familiare si propone quindi come spazio di elaborazione e riconoscimento reciproco, dove fermarsi, prendersi tempo, e cercare – lavorando insieme – una strada condivisa. «Non si è più un “noi”, ma dobbiamo iniziare a ragionare nell’ottica di singoli individui», sottolinea Marra. E se ci sono figli, questa trasformazione diventa ancora più cruciale: non si smette mai di essere genitori, anche se non si è più partner. I protagonisti della mediazione non sono solo i due coniugi: spesso entrano in gioco anche i figli – per dare voce al loro vissuto – o altri componenti della famiglia. La mediazione può riguardare anche la relazione tra due individui, come ad esempio quella tra padre e figlia, quando la separazione ha modificato gli equilibri familiari. Tutto questo si fonda su un principio fondamentale della psicologia sistemico-familiare: cambiare una parte del sistema significa cambiare l’intero sistema. In questa prospettiva, ogni parola detta, ogni ferita riconosciuta, può diventare un’opportunità di crescita. «Ogni percorso è unico, un lavoro artigianale», dice la dottoressa, cucito sulle esigenze della persona e della situazione. Esistono però casi in cui la mediazione non è la scelta più adeguata, come nei casi di violenza o gravi fragilità psicologiche: in tali situazioni, è necessario attivare altri percorsi. Altre volte, una delle due persone coinvolte non è pronta: in questi frangenti, il counseling individuale diventa la strada più corretta. Questo approccio – nato negli Stati Uniti e oggi riconosciuto anche in Italia, sebbene ancora non regolamentato – lavora con obiettivi a breve termine, fuori dall’ambito sanitario o terapeutico vero e proprio. «Lavoriamo su obiettivi pratici, come migliorare la gestione della rabbia verso un ex partner o superare la procrastinazione o un momento difficile. La vita non è lineare e a volte serve un supporto», spiega Marra. A differenza della mediazione che ha come obiettivo la co-costruzione di un accordo pratico, il counseling si svolge in un ambiente senza barriere fisiche tra counselor e cliente dove costruire una relazione empatica fatta di ascolto delle emozioni senza giudizi. Imparare a litigare: il valore del conflitto Quello che emerge con forza dal dialogo con la dottoressa Marra sembra andare contro le più radicate convinzioni sociali: in una società che ci dissuade dal litigio e ci spinge a cercare una pace ad ogni costo, lei ci invita invece ad imparare a litigare, nel modo più corretto e costruttivo possibile. Il conflitto, spiega, non è necessariamente negativo: è un modo per comunicare i propri confini. Il problema nasce quando si litiga “di pancia”, senza comprendere i bisogni più profondi che si celano dietro la rabbia. Riconoscere questi bisogni, spesso nascosti sotto la cenere dell’orgoglio e del fuoco della rabbia, e imparare a comunicarli, è il primo passo per un dialogo autentico e funzionale. Fondamentale in questo processo è il concetto di intelligenza emotiva, che la dottoressa definisce come «un modo diverso di ascoltarsi, una connessione più profonda con sé stessi». Si tratta di un’abilità che può essere coltivata – da soli o con l’aiuto di un professionista – e che rappresenta un pilastro per migliorare la qualità delle proprie relazioni. Alla fine, conclude la dottoressa, volersi bene non è un lusso, ma una necessità.
intervista a cura di Sara Giombolini redazione di Medicina&Cure
un ringraziamento a Chiara Marra mediatrice famigliare e counseling
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e-mail info@dottoressachiaramarra.it
tel.studio 327 140 4618

