/////

Il Diabete: riconoscere la malattia prima che parli

Di Sara Giombolini

Il diabete è una di quelle malattie di cui tutti hanno sentito parlare almeno una volta, ma che spesso resta sullo sfondo della vita, in secondo piano, come qualcosa che riguarda “gli altri”. Finché non entra, silenziosamente, nella storia clinica e personale di qualcuno. È proprio questo il paradosso che emerge parlando con il professor Giovanni Luca, ordinario di Endocrinologia all’Università degli Studi di Perugia e direttore della struttura complessa a direzione universitaria di Endocrinologia, Andrologia e Malattie del Metabolismo dell’ospedale Santa Maria di Terni.

Il diabete mellito, spiega, non è una singola malattia ma una vera e propria sindrome: una condizione caratterizzata dall’aumento della glicemia nel sangue, che nasce da un’alterazione nella produzione o nel funzionamento dell’insulina, l’ormone prodotto dalle cellule beta del pancreas che permette al glucosio di entrare nelle cellule e di essere utilizzato come energia. È una definizione apparentemente tecnica, ma che racconta in modo molto concreto cosa succede nel corpo quando questo delicato equilibrio metabolico si rompe. Purtroppo, nella maggior parte dei casi, questo squilibrio non si annuncia con segnali evidenti ed è proprio per questo che il diabete viene spesso definito un “killer silenzioso”.

I numeri aiutano a capire quanto questa definizione non sia retorica. Oggi nel mondo si stimano circa 600 milioni di persone affette da diabete e le proiezioni parlano di 800 milioni entro il 2045. In Italia i pazienti sono milioni: si stimano tra i quattro e i cinque milioni, pari a oltre il 6% della popolazione. Anche l’Umbria riflette questo scenario, seppur con numeri leggermente inferiori rispetto alla media nazionale: le stime parlano di circa 30.000 persone tra i 20 e gli 80 anni, ma se si considerano tutte le fasce di età il numero potrebbe salire fino a 60 o 70 mila persone. Numeri enormi, che hanno conseguenze non solo sulla salute dei cittadini ma anche sulla sostenibilità dei sistemi sanitari.

Il dato più allarmante non risiede tanto nei numeri stessi, quanto nel fatto che una parte consistente delle persone con diabete non sa di averlo. Questo accade perché la malattia, soprattutto nella sua forma più comune, può svilupparsi lentamente e senza sintomi evidenti. Molti pazienti scoprono di avere valori di glicemia alterati quasi per caso, magari durante un controllo di routine. Eppure, mentre la malattia resta nascosta, il suo effetto sugli organi e sui vasi sanguigni progredisce nel tempo. Dentro questa realtà, però, si nascondono storie cliniche molto diverse tra loro. Perché il diabete non è una sola malattia: dietro questo nome si distinguono infatti forme differenti, che hanno origini e caratteristiche profondamente diverse. Il diabete di tipo 1 compare spesso in età giovanile ed è legato a un meccanismo autoimmune: il sistema immunitario attacca e distrugge le cellule del pancreas che producono insulina. In questi casi l’esordio può essere rapido e i sintomi più evidenti: sete intensa, aumento della quantità di urina, perdita di peso. Nei quadri più gravi si può arrivare alla chetoacidosi, una condizione acuta che richiede un intervento immediato. Il diabete di tipo 2, invece, è la forma più diffusa e rappresenta circa il 90-95% dei casi. In questo caso il problema nasce soprattutto da una ridotta efficacia dell’insulina e da uno stile di vita che favorisce l’insorgenza della malattia: sedentarietà, sovrappeso, obesità, alimentazione ricca di zuccheri semplici e cibi ultraprocessati sono tra i principali fattori di rischio. Più che di ereditarietà, sottolinea il professor Giovanni Luca, sarebbe corretto parlare di predisposizione: avere un familiare con diabete aumenta la probabilità di svilupparlo, ma non lo rende inevitabile. Abitudini quotidiane e stile di vita giocano infatti un ruolo cruciale. Prima che il diabete si manifesti apertamente, però, il metabolismo manda spesso segnali più sottili che non sempre vengono colti o che rimangono inascoltati. È quella fase che i medici definiscono prediabete, quando la glicemia comincia ad aumentare ma la malattia non è ancora conclamata. Si tratta di una sorta di zona di confine metabolica che riguarda una parte significativa della popolazione ma che spesso viene sottovalutata. Eppure, il rischio di evoluzione è concreto: nel giro di pochi anni una quota importante di persone con prediabete sviluppa la malattia vera e propria.

La buona notizia è che questa fase rappresenta una grande opportunità di intervento. Studi clinici hanno dimostrato che anche una riduzione relativamente modesta del peso corporeo può ridurre in modo significativo il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2. È proprio per questo che la prevenzione non è solo un concetto astratto, ma una strategia concreta che può cambiare il corso della malattia. Il motivo diventa ancora più chiaro se consideriamo le possibili complicanze.

Nel tempo la malattia può danneggiare diversi organi: gli occhi, i reni, il sistema nervoso e l’apparato cardiovascolare. Una delle conseguenze più temute e spesso meno conosciute, però, è rappresentata dal piede diabetico, una condizione legata a problemi vascolari e neurologici che può portare a ulcere e, nei casi più gravi, ad amputazioni. A differenza di quanto si pensi, purtroppo non è un evento così raro: una grande parte delle amputazioni non traumatiche è legata proprio al diabete, con un impatto enorme sulla qualità della vita dei pazienti. Negli ultimi anni la gestione del diabete ha attraversato una fase di profondo cambiamento e le nuove terapie non si limitano più al semplice controllo dei valori della glicemia, ma alla protezione complessiva del paziente, in particolare sul fronte cardiovascolare e renale. In questo scenario hanno assunto un ruolo centrale farmaci come gli agonisti del recettore del GLP-1, che stimolano la secrezione insulinica e favoriscono anche la perdita di peso, e gli inibitori di SGLT2, che attraverso il rene permettono di eliminare glucosio con le urine offrendo benefici anche sul piano cardiovascolare. Nel diabete di tipo 1, invece, nonostante la terapia continui a basarsi sull’insulina, l’avvento dei microinfusori e dei sistemi di monitoraggio continuo della glicemia ha reso la gestione quotidiana della malattia sempre più precisa e semplice, permettendo un controllo molto più accurato rispetto al passato. Accanto a questi strumenti si stanno sviluppando anche nuove formulazioni di insulina pensate per semplificare la terapia, come le insuline a lunga durata d’azione che consentono somministrazioni meno frequenti. Sono progressi che non rappresentano ancora una cura definitiva, ma che stanno rendendo la gestione della malattia sempre più sicura e sostenibile nella vita quotidiana dei pazienti.

Nella gestione del diabete, però, le innovazioni farmacologiche rappresentano solo una parte del percorso. Il resto prende forma nella quotidianità della cura, dove la terapia si intreccia con l’educazione del paziente, con l’alimentazione, con il monitoraggio costante e con la capacità di adattare il trattamento alle esigenze della vita reale. È una dimensione che richiede inevitabilmente un lavoro condiviso tra competenze diverse, come avviene nella struttura complessa di Endocrinologia dell’ospedale di Terni, dove diabetologi, nutrizionisti, dietiste, infermieri e psicologi lavorano fianco a fianco nella presa in carico globale e multidisciplinare dei pazienti. Il diabete rappresenta una sfida quotidiana che continua ad alimentare anche il lavoro della ricerca, impegnata a individuare strategie sempre più avanzate per controllare la malattia e ridurne l’impatto sulla vita delle persone. Sono percorsi scientifici complessi, che guardano con crescente interesse e fiducia al trapianto di isole pancreatiche e allo sviluppo di terapie cellulari e staminali.

Anche se oggi il diabete resta uno dei nodi più rilevanti della medicina contemporanea, la crescente consapevolezza e sensibilizzazione della popolazione generale sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce, aiuta sempre più persone a riconoscere quei segnali spesso discreti che il corpo invia molto prima che la malattia si manifesti apertamente. Perché il vero problema del diabete, come ricorda il professor Giovanni Luca, non è soltanto la sua diffusione, ma il fatto che troppo spesso continua a svilupparsi nel silenzio. Intercettarlo in tempo, comprenderne i fattori di rischio e accompagnare i pazienti lungo percorsi di cura sempre più personalizzati rappresenta oggi una delle strade più concrete per ridurre l’impatto di una malattia che coinvolge milioni di persone nel mondo. È proprio in questo equilibrio tra prevenzione, innovazione terapeutica e ricerca scientifica che si gioca il futuro della gestione del diabete: una sfida che riguarda la medicina, ma anche la consapevolezza collettiva e la capacità di prendersi cura della propria salute ogni giorno.

 

 

Contatti:

Prof. Giovanni Luca, Direttore dell’Endocrinologia Andrologia e malattie del Metabolismo presso Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni

Tel. 0744205388

E-mail: g.luca@aospterni.it

Latest from alimentazione

Medicina e Cure in Umbria
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.