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L’infermiere, figura fondamentale e in evoluzione. Ne parliamo con l’OPI di Perugia

In occasione della Giornata internazionale dell’infermiere che si celebra il 12 maggio, abbiamo intervistato il Presidente dell’OPI – Ordine delle Professioni Infermieristiche – della provincia di Perugia, Nicola Volpi, e il referente per la comunicazione dell’Ordine, Andrea Mipatrini.

 


Videointervista integrale

 

Presidente Volpi, la mia più che una domanda è un’affermazione che credo sia condivisa da molti. L’infermiere più che un mestiere è una vocazione, è giusto?

Sicuramente è giusto: come tanti altri mestieri, uno deve essere portato a prestare l’assistenza e le cure al paziente. Per esempio, anche lungo il percorso di formazione per la laurea triennale di primo livello, i giovani studenti si trovano ad avere a che fare con il tirocinio e quello è già un primo banco di prova importante per capire se questo lavoro è idoneo per la persona, per lo studente che poi appunto sarà l’infermiere di domani.

Quindi sì, sicuramente è una vocazione, è un lavoro importante, che in questo tempo di emergenza sanitaria in molti hanno riscoperto. Noi già lo sapevamo da tempo, chiaramente perché siamo addetti ai lavori e prestiamo appunto servizio nelle nostre unità operative, ma anche tutta la cittadinanza, in questo tempo di pandemia, si è finalmente accorta di noi.

Nicola Volpi, presidente OPI Perugia

Andrea Mipatrini, ultimamente si parla molto di infermiere di prossimità o infermiere di comunità. Chi è questa figura e qual è il suo ruolo?

Nicola prima ha parlato di una professione e, come tale, proprio per la sua natura, dobbiamo uscire un attimo dagli schemi. Noi siamo abituati a pensare all’infermiere quasi esclusivamente nella corsia degli ospedali. Invece c’è tanto altro, c’è un mondo molto più ampio dove la figura infermieristica è fondamentale; l’infermiere di prossimità non è altro che un professionista che lavora in un’equipe multidisciplinare sul territorio a contatto pieno con l’assistito, la sua famiglia, il medico di base. È una figura che sarà fondamentale anche perché il Covid stesso ci ha insegnato che non tutto si può risolvere nell’immediato tramite un ricovero o un accesso ospedaliero, ci sono tante patologie croniche che vanno affrontate nel domicilio dell’assistito.

E la nuova figura che sta nascendo dell’infermiere di famiglia e di comunità è proprio questo: un professionista che si muove in una rete multidisciplinare per il bene della comunità e dell’assistito.

Ora dovremo essere bravi noi – la federazione, le regioni – a regolamentare e implementare questa figura nel territorio.

Tra l’altro lo dicevate in questo periodo di pandemia, purtroppo è diventato ancora più evidente come il nostro “sistema salute” sia più efficace quando è declinato sul territorio, portato nella comunità fino al domicilio degli assistiti. Una domanda a Volpi: la situazione nel perugino in questo senso, com’è?

Beh, questa è la domanda del futuro, perché questa è una grande sfida che aspetta un po’ tutte le regioni e che sicuramente aspetterà anche l’Umbria. Siamo all’incirca 850.000 abitanti e abbiamo uno dei più alti tassi di anzianità di tutto il panorama nazionale. Questo vuol dire patologie importanti, cronicizzazioni, e ci deve essere un tessuto territoriale pronto ad accogliere tutta questa serie di patologie, non dimenticando che l’emergenza sanitaria, questa nuova infezione dovuta al Sars-cov 2, ha portato una nuova patologia nei nostri presidi ospedalieri e all’interno della nostra società. La nostra vita è stata stravolta dal 6 marzo 2020, e noi dobbiamo essere bravi a rimodulare totalmente la nostra sanità, sia a livello nazionale sia a livello territoriale, non dimenticandoci, appunto, il focus, che è quello di erogare l’assistenza e le cure.

E quindi, come diceva anche Andrea, ben vengano queste nuove figure professionali, come quella dell’IFEC – Infermieri di Famiglia e Comunità. La norma è presente ormai da diverso tempo e ora è importante che venga recepita da parte degli organi superiori. Vanno creati dei percorsi nuovi che già in parte si stanno delineando. Noi, ad esempio, siamo stati chiamati dalla regione a stilare, insieme all’Ordine di Terni, quello che dovrebbe essere il profilo professionale dell’infermiere di famiglia e di comunità.

Quindi già su questo ci sono dei rapporti in essere, ci sono colleghi che hanno chiesto, attraverso una mobilità interna emanata dall’Umbria, di spostarsi su questo nuovo profilo professionale; ce ne sono altri che si stanno già formando con l’abilitazione del master di primo livello in Infermiere di Famiglia e Comunità. Quindi la comunità infermieristica sta rispondendo a quelle che sono le esigenze di salute che sono chiaramente cambiate, con l’unico scopo di erogare l’assistenza sul territorio a 360° in collaborazione con le altre figure professionali, che sono il medico di medicina generale, l’ostetrica di comunità, lo psicologo di comunità e così via. Insomma, noi siamo pronti a collaborare con tutte queste nuove figure professionali.

Oggi un cittadino che abbia bisogno di questi servizi come può fare ad accedervi? E, in prospettiva, con la figura dell’IFEC, come potrà cambiare questa esperienza?

(Risponde Mipatrini) Dato che questa dell’IFEC è una figura in evoluzione, scopriremo più avanti come potrà interagire con la comunità. Ad oggi nel territorio rimangono forti i distretti, dove i colleghi lavorano negli ambulatori e, tramite il medico di base, si accede a queste tipologie di servizi. Ci sono inoltre dei servizi erogati dalle farmacie. Poi quello che sarà veramente l’infermiere di famiglia e di comunità, lo andremo a scoprire in seguito.

Andrea Mipatrini, referente per la comunicazione dell’OPI Perugia

Volpi, dato che abbiamo più che mai bisogno di belle storie, può raccontarcene una relativa alla sua professione?

Francamente non ne ho una in particolare. A me ha colpito tanto la vicinanza che abbiamo avuto durante il lockdown. All’interno dei vari presidi ospedalieri, c’è stata una manifestazione di gratitudine molto bella, non dovuta chiaramente, perché noi abbiamo sempre fatto il nostro lavoro come lo facevamo prima della pandemia. Mi ha colpito molto questo senso di vicinanza.

Un’altra cosa che porto con me è una giornata particolare che abbiamo anche promosso come ordine provinciale presso i nostri iscritti. Mi riferisco ai giostrai che, nel periodo clou della pandemia, sono stati accolti a Pian di Massiano e sono rimasti lì in maniera stanziale e l’Azienda Ospedaliera di Perugia vi ha portato la sua assistenza. L’anno successivo, per gratitudine, hanno deciso di aprire gratuitamente per due giorni le giostre – i famosi baracconi di Perugia – a tutto il personale sanitario e alle loro famiglie.

Noi abbiamo fatto semplicemente il nostro lavoro, né più e né meno. Però questo la dice lunga su come, di questi tempi, siamo stati al centro di tante attenzioni, più o meno dovute. Chiaramente queste attenzioni adesso non devono scemare: vorremmo continuare a essere trattati come professionisti. Rivendichiamo quelle che sono le nostre responsabilità e la nostra autonomia professionali.

Concluderei chiedendo a entrambi un messaggio, una chiosa di questa nostra chiacchierata proprio oggi che è la Giornata internazionale dell’infermiere dedicata a voi.

Inziamo da Volpi:

Io mi sento semplicemente di dire in questa giornata che chiaramente ci caratterizza ed è molto importante per la nostra professione, che gli infermieri ci sono sempre stati e sempre ci saranno, indipendentemente dalle pandemie. Sappiamo bene che la sanità è un bene pubblico e noi vi facciamo parte; siamo contenti, lieti e soddisfatti di poter far parte di questo servizio sanitario nazionale e di poter erogare l’assistenza a chi ne ha bisogno.

Mipatrini:

Io mi riallaccio non per essere ripetitivo a quello che ha detto Nicola. Trovo fondamentale un aspetto in questa giornata: rivedere le nostre visioni e le visioni che ha il cittadino su di noi. Abbiamo parlato di tantissime cose, ma una parola è ricorrente ed è fondamentale, cioè professionista.

L’infermiere ha un percorso di studio importante, universitario. Arriviamo sempre con maggiori specializzazioni ed è ora che si prenda questa fetta di aspettative e di pubblico.

L’infermiere è un professionista della salute ed è fondamentale sapersi riconoscere in questo ruolo, altrimenti torniamo un po’ a quello che abbiamo detto fino ad ora e cioè che quando c’è una necessità o un evento particolare passi da eroe, e poi torni ad essere, come ogni volta che parliamo di sanità pubblica, quel personaggio che magari poteva fare di più.


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