Parlare ai bambini, anche della guerra

«Nel mondo c’è stata una cosa tragica, la guerra.
La guerra è iniziata, le persone sono scappate, la città è distrutta. Hanno incominciato a lanciare i missili.
Mamma, la guerra è una cosa tanto brutta e triste, non dovrebbe esistere. Io studierò tanto perché così sconfiggerò questa cosa brutta».
(E., un bambino di quasi 6 anni)

Per i bambini la guerra era un gioco, ora è diventata improvvisamente una realtà, una realtà sulla quale è difficile individuare una comunicazione adeguata alla loro età e alla loro sensibilità.
Evitare di parlarne «per non turbarlo»: ecco un errore che in buona fede molti genitori e insegnanti commettono quando i bambini si trovano a vivere eventi tragici. È molto probabile che, quando un bambino lascia emergere la sua paura o il suo bisogno di capire, siamo noi a cambiare velocemente argomento…

PARLARE DELLE ANGOSCE, RISPONDERE AI PERCHÉ

Se ci sottraiamo alle sue domande, in modo esplicito o indiretto, rispondendo “Non sono cose per te”, “Non puoi capire”, “Capirai quando sarai più grande”, lo costringeremo a cercare da solo una spiegazione, a costruire ipotesi fantasiose a cui si aggancerà con tenacia.
Al contrario, poter nominare emozioni forti come la paura, l’angoscia, lo spavento, il dolore, la tristezza, l’orrore, la preoccupazione, poter trasformare l’angoscia in una narrazione, non solo è liberante, ma è già anche una forma di elaborazione che rende meno amari traumatizzanti pensieri.
Certo, non si tratta di sollecitare i bambini in modo diretto, ma di restare sensibili ai suoi segnali, verbali e non verbali, e quando le parole non fossero accessibili, allora ci saranno i disegni, le immagini, le storie.

STORIE, PER ELABORARE IL VISSUTO

Le rappresentazioni e le storie aiutano i bambini a elaborare, perché raccontano di personaggi o di eroi che stanno vivendo una difficoltà. In questo modo è possibile pensare alla situazione spaventosa, MA rimanendone in parte distaccati. Senza un’adeguata elaborazione, l’esposizione alla violenza e all’orrore può provocare nei bambini e soprattutto negli adolescenti un’esperienza traumatica, che a sua volta può comportare reazioni di stress e conseguenze patologiche.
Gli adolescenti sono a rischio ancora di più, perché hanno accesso alle notizie e alle immagini della guerra anche attraverso i social network e, mentre sono attratti e attivati dalle emozioni forti, hanno strumenti ancora immaturi per elaborare il flusso emotivo che attraversano. Quando minimizzano, fanno ironia, si stanno proteggendo da vissuti che non riescono a gestire.
I più piccoli reagiscono come se il pericolo fosse immediato e si immaginano già nella scena del disastro: «Dove possiamo scappare?» «Mamma, il nostro garage non ha il bagno, come facciamo a stare lì per tanti giorni, da mangiare lo possiamo portare, anche i materassi e i giochi, ma come facciamo quando dobbiamo fare pipì?»

COME ASCOLTARE UN BAMBINO?

Trovata o colta l’occasione giusta, come primo passaggio lasciamo che esprima immagini, pensieri, emozioni, senza intervenire. Se ci fa domande, con calma e semplicità disponiamoci a dargli le informazioni esatte, quelle essenziali, e se vuole capire il perché di quello che accade, rispondiamo con precisione e sintesi. Se non abbiamo le risposte, impegniamoci a cercarle per lui o per lei, o a chiedere a chi è più esperto.
Può capitare di trovarsi ad ascoltare notizie scioccanti insieme ai bambini; in questo caso il contatto fisico e l’abbraccio sono la migliore rassicurazione: non c’è niente di meglio del contenimento e del contatto corporeo, perché trasmette la notizia più rassicurante che c’è: «Io sono qui e ti proteggo con il mio stesso corpo».
Se si tratta invece di adolescenti, è utile discutere delle diverse chiavi di lettura che sono state fornite intorno a tali notizie, ed è ancora più significativo insegnare loro a controllare l’attendibilità delle fonti a cui hanno accesso. Si tratta di costruire insieme a loro le basi perché possano elaborare un pensiero autonomo, senza fare pressioni verso il nostro punto di vista. Saranno le cittadine e i cittadini di domani, e questa, quantunque tragica, è un’occasione importante per aiutarli a sviluppare il loro pensiero critico.

Nota: per le parole del piccolo E., ho evitato ogni elemento di riconoscimento; ho ricevuto dai genitori il consenso per la pubblicazione delle sue parole. Li ringrazio qui pubblicamente.
Questo testo è stato rielaborato dall’autrice a partire dall’articolo Guerra, come raccontarla ai bambini?, pubblicato nella rivista «Rocca» n. 10 del 15 maggio 2022.

Latest from Psicologia

È tempo di resilienza

Non sapendo quando l’alba arriverà, tengo aperta ogni porta. (Emily Dickinson)   Di cosa è fatto